Intervenire in un’economia prigioniera

Intervenire in un’economia prigioniera

Un’economia senza più produzione, agricoltori diventati operai non specializzati, confisca di terre: l’economia della Cisgiordania è da decenni ai minimi storici. In questo contesto si inserisce il progetto Bee the Change

Per comprendere bene l’economia palestinese bisogna partire dal 1967 quando Israele ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e la Striscia di Gaza nel corso della guerra dei Sei giorni. Prima di quella data, la metà dei palestinesi residenti in questi territori era per lo più costituita da contadini, pastori, artigiani e imprenditori di piccole aziende familiari che producevano scarpe, sapone e oli essenziali.

L’occupazione israeliana ha cambiato completamente il volto dell’economia palestinese. In primo luogo perché l’annessa: Israele ha cominciato a trattare i palestinesi come consumatori per i suoi prodotti e come potenziali operai non specializzati nelle sue industrie e nel settore delle costruzioni. Da un lato, questo cambiamento ha portato un vantaggio: i palestinesi che lavoravano in Israele ricevevano salari molto più alti di quelli medi nei Territori. Dall’altro, però, ha incoraggiato moltissimi di loro ad abbandonare le proprie terre e a trasformarsi in lavoratori non specializzati in Israele.

Il numero di palestinesi impiegati in Israele ha raggiunto il suo culmine all’inizio degli anni ’90 quando raggiunge le 130mila unità. Negli anni ’90 la situazione economica peggiora: da un lato perché si assiste ad una diminuzione dei palestinesi impiegati in Israele (sono sostituiti dagli asiatici), dall’altro a causa dell’ingresso forzato nei Territori di prodotti a prezzi bassi che hanno ingolfato la produzione locale. A complicare il quadro vi è poi che l’alto numero di disoccupati non riesce ad essere riassorbito nei Territori in quanto la produzione agricola e manifatturiera era ormai stata annullata da decenni di occupazione economica israeliana.

La situazione peggiora con accordi di Oslo (1993): l’intesa che avrebbe dovuto portare alla pace tra Israele e il nascituro Stato di Palestina segna in realtà la fine di un sviluppo indipendente per i palestinesi. Emblematico a tal riguardo sono i Protocolli di Parigi (noti anche come il “Gaza-Jericho Agreement”) firmati da Israele e dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina nell’aprile del 1994. L’accordo, in nove articoli, istituzionalizza il controllo israeliano sulle risorse produttive, naturali e umani palestinesi.

Le risorse idriche vengono amministrate e gestite dalla compagnia semi-statale israeliana Mekorot. I confini con l’esterno (la Giordania per la Cisgiordania) sono controllati da Tel Aviv, rendendo così impossibile un normale rapporto di import ed export con il mondo arabo.

L’Area C (il 60% del territorio cisgiordano) diviene nei fatti territorio israeliano e qui Tel Aviv continua l’opera già iniziata nel 1967: confisca di terre, creazione di zone militari e di addestramento, espansione delle colonie, divieto di costruire abitazioni civili e aziende. L’occupazione è anche monetaria: è infatti impossibile per l’Autorità palestinese gestire il valore della moneta per contrastare il tasso idi inflazione perché a dettare le politiche è la banca centrale israeliana. La mancanza di lavoro, la confisca di terra, la chiusura di fabbriche come conseguenza dell’occupazione militare, l’impossibilità di sviluppare una economia indipendente a causa dei check point allestiti da Israele, le restrizioni e i divieti israeliane,  la “Barriera di separazione” israeliana iniziata a costruire in Cisgiordania a partire dal 2002, chiudono molte attività locali e spingono sempre di più molti palestinesi ad essere manodopera a basso costo per il mercato israeliano. Ai 70mila lavoratori cisgiordani con un permesso di lavoro regolare se ne affiancano almeno 40mila illegali.

Nel frattempo, Gaza, Gerusalemme e Cisgiordania diventano sempre più tre entità geografiche divise non comunicanti, enclave private di normali fonti di sviluppo. Primo datore di lavoro in Cisgiordania diventa l’Autorità palestinese (Anp) che dà oggi impiego a 150mila palestinesi (a fronte però dei 60mila effettivamente necessari). Ma il liberismo adottato dall’Anp, politicamente imposto dai donatori internazionali, ha avuto effetti ancora più negativi per l’economia palestinese: in particolar modo le misure neoliberiste adottate dal premier Fayyad tra il 2007 e il 2013 hanno puntato sul settore dei servizi (il 71% del Pil palestinese, solo l’1% del budget statale spetta al settore agricolo), hanno aumentato le tasse, moltiplicato il tasso di indebitamento con le banche e congelato il settore produttivo.

A queste disposizioni non bisogna però dimenticare l’impatto delle chiusure da Israele sia verso il suo territorio (ora i lavoratori stranieri nello stato ebraico sono per lo più asiatici) che verso il mondo arabo. I coprifuoco prolungati e la ri-occupazione militare delle città palestinesi durante la seconda Intifada e i raid costanti dell’esercito nei villaggi cisgiordani impediscono qualunque sviluppo economico indipendente.

Secondo i dati del Palestinian Central Bureau of Statistics, il tasso di disoccupazione in Cisgiordania nel 2018 è pari al 31% (25% per gli uomini e il 51% per le donne).  Nelle aree interessate dal progetto il numero di disoccupati scende nell’area di Ramallah/al Bireh (19,7%) e a Jenin (21%).

 

 

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